Inizio questo articolo chiarendo che quanto dirò, fa parte della mia esperienza personale, come se stessi raccontando ad un’amica come ho vissuto la fase di svezzamento del mio bimbo. Non sono una pediatra, non sono una nutrizionista e non posso affermare che quanto abbiamo vissuto sia l’unica scelta possibile. Quello che ho capito, però, è che in questo caso il mio “istinto”, coadiuvato da una sostanziosa porzione di libri, articoli e innumerevoli note vocali ad amiche pazienti, aveva ragione. Magari la nostra avventura potrà aiutare qualcuno. 

LO SVEZZAMENTO

Come insegnante di scuola dell’infanzia, sono abituata a gestire momenti più o meno semplici ma, devo ammettere, che l’idea di iniziare lo svezzamento di mio figlio (ora 19 mesi) mi mandava in tilt. Chiedere a mio marito per credere. La mia comfort zone erano i momenti in cui ci guardavamo negli occhi, mentre lui beato beveva il mio latte. 

Cosa può mangiare? A quanti mesi iniziare a proporre cibo solido? E molte altre domande mi frullavano per la testa. 

Ovviamente ci siamo rivolti alla nostra pediatra. Una brava professionista ma vecchio stampo. Dai quattro mesi e mezzo omogeneizzato di frutta, ma non frutta fresca (mi raccomando) e solo di particolari brand (mi raccomando) perché sono i più sicuri. 

Poi passiamo al brodo vegetale con l’omogeneizzato di carne, sempre dei soliti brand controllati (mi raccomando). 

L’uovo si inserisce quando il bimbo è più grande, il pomodoro anche, no ad alimenti allergizzanti. Tutto passato, altrimenti si rischia il soffocamento. Sostituzione della poppata con un pasto. Insomma, sono sicura che i genitori sanno quello di cui sto parlando. Non critico chi segue questi schemi, semplicemente non faceva per noi. E, invece che chiarirmi le idee, queste indicazioni mi creavano confusione. 

Ho avuto una rivelazione quando ho scoperto che il termine “svezzamento” non è propriamente adeguato come lo è invece “alimentazione complementare”. Ovvero, il cibo solido in questa fase è un complemento, un’aggiunta al latte. La fretta, quindi, di togliere le poppate, era andata. 

L’AUTOSVEZZAMENTO

Nelle mie ricerche, mi sono imbattuta nell’autosvezzamento o alimentazione complementare a richiesta. Viene descritto brutalmente come un meccanismo secondo il quale il bambino può mangiare tutto quello che c’è sulla tavola (il cibo dei grandi, per intenderci) dato a pezzi così grandi che il bambino può rischiare il soffocamento. Questa descrizione falsa le indicazioni dell’autosvezzamento.

Il bambino può mangiare quello che c’è sulla tavola? Sì, a patto che i cibi che vengono proposti siano yeah, salutari. Non patatine fritte, con mio grande dispiacere. Il bambino mangia i pezzi di cibo? Sì, ma ci sono degli specifici accorgimenti per tagliare gli alimenti in modo che non siano pericolosi per il bambino. In questo modo, si può avere il vantaggio di favorire la conoscenza di sapori distinti e consistenze diverse dal liquido. Non abbiamo seguito alla lettera l’autosvezzamento, ma abbiamo applicato alcuni principi congeniali a noi e al nostro S. Per esempio, al posto di frullare tutto, abbiamo preferito schiacciare con la forchetta, tritare finemente, in quanto, non eravamo pronti a dare a S. pezzi di cibo, seppur tagliati ad hoc.

Allora com’è andata?

Okay, a 5 mesi e mezzo S. ha iniziato ad assaggiare frutta matura schiacciata con la forchetta. 

Un fatto che mi sorprese, fu la sua incredibile e innata capacità di masticare. Gli bastava avere un pezzetto di cibo in bocca e non ciucciava, masticava! Questa cosa mi ha dato coraggio e, seguendo i cambiamenti che vedevamo in lui abbiamo continuato.

Piano piano si sono aggiunti tutti gli alimenti sempre schiacciati o tritati finemente. Siamo passati dalle puntine alle stelline, poi dalle stelline ai risoni, dai risoni a pezzetti di fusilli, poi al fusillo intero. I pezzetti di cibo sono aumentati via via in grandezza, seguendo sempre dei tagli sicuri.

Nel frattempo, senza la fretta di togliere le poppate, queste sono gradualmente andate via da sole. Era lo stesso S. a non averne più bisogno e me lo faceva capire bene, rimaneva attaccato giusto quei due minuti. Della serie: “Mamma, lo so che ti piace tanto questo momento, ti accontento ma sono proprio pieno”. 

LE ASPETTATIVE

Un altro principio che ci ha aiutato è stato preparare, nel modo adeguato, lo stesso pasto sia per noi, sia per S. 

La dietista Verdiana Ramina fa l’esempio calzante delle lasagne. Se io sento il profumino di lasagne che arriva dalla cucina, poi vado a tavola e mi trovo davanti un piatto di brodo vegetale (non ricordo se fosse questa la pietanza deludente, ma rende lo stesso l’idea) non sarò predisposto a mangiare. 

Così, nei limiti del possibile abbiamo sempre cercato di far trovare a S. una versione semplificata di quello che avremmo mangiato noi. “Mamma e papà mangiano gli spinaci, la frittata e sembrano gradire molto. Fammi provare”, sembrava pensare.

L’ESEMPIO

Da qui mi aggancio all’elemento finale che, come insegnante mi ha sempre guidato e che, d’altronde, ricorre in pedagogia: l’esempio. Il nostro esempio come genitori è fondamentale per i figli, questo è vero anche nelle abitudini alimentari. Ci siamo ritrovati, quindi, a reintrodurre nella nostra dieta cose che prima non gradivamo, perché sapevamo che avrebbero fatto bene a S.

IL RIFIUTO

E se S. rifiutava un determinato cibo? Primo, ci possono essere dei gusti personali. In secondo luogo magari aveva bisogno di tempo per abituarsi al sapore e alla consistenza. 

Il segreto? Non rinunciare nel proporre, far vedere che i genitori mangiano e gradiscono quella pietanza, non forzare. Fra S. e le zucchine è andata proprio così.

Non usa il cucchiaino, mangia con le mani!

Come affermava la buona e cara Maria Montessori: Le mani sono gli strumenti propri dell’intelligenza dell’uomo”. Non ci scandalizziamo quindi, le mani sono il primo e fondamentale strumento di conoscenza. Date al bambino sin da piccolo un cucchiaino con il quale giocare, fatevi vedere a tavola mentre usate le posate. Il bambino è un osservatore pazzesco e, quando sarà pronto, imiterà. S. da un mesetto ha iniziato a usare correttamente il cucchiaino, sulla forchetta ci sta lavorando, per la maggior parte del pasto mangia da solo, ogni tanto le mani gli vanno in soccorso e quando tende il cucchiaino verso mamma o papà vuol dire che ha proprio bisogno di aiuto.

LA ROUTINE

Ultimo consiglio? Dio ha creato la famiglia e il momento del pasto è un’occasione unica di comunione e di dialogo. Mi direte: che dialogo posso avere con mio marito se c’è un bambino urlante, sporco di sugo dai capelli agli alluci? È un percorso, ci vuole tempo, è impegnativo, ma ne varrà la pena. Il pasto condiviso insieme è una carta vincente per la famiglia.

Create la routine della pappa: si lavano le mani, si prende il bavaglino, si sale sul seggiolone, si ringrazia Dio per il cibo e si rimane seduti mentre si mangia. 

Forza mamme e papà, ce la possiamo fare! 

Un abbraccio,

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